Perché le aziende devono orientarsi su modelli di business circolari?

Sono ormai alcuni mesi che sentiamo parlare di Economia Circolare; ne parlano tutti i media, chi più, chi meno, ma tutti, anche se in modo non proprio coordinato, parlano di questo approccio economico, come una nuova rivoluzione industriale. Sull’argomento in questo momento storico, si consumano molti incontri, workshop e tavole rotonde; ma siamo sicuri che il messaggio sia arrivato a tutti gli interessati? Che tutti gli attori interessati, in primo luogo, gli imprenditori, abbiano capito l’importanza di questo cambiamento? E più importante ancora: hanno capito che questo cambiamento è già in atto e che è irreversibile?

Spesso, quando parlo di Economia Circolare e di come la sua applicazione porterà, nei prossimi anni, enormi benefici a livello ambientale, sociale ed economico, la maggior parte dei miei interlocutori, mi osserva come fossi un marziano piovuto sulla terra a raccontare favole aliene prive di senso; ed è in quei frangenti che capisco, che no, non tutti hanno capito quale nuova visione porterà questo cambiamento.

Sarebbe scontato, dire qui, di quali mali soffre il comparto produttivo italiano, lo sappiamo bene, ed inutile ricordarlo; quello che invece dobbiamo assolutamente chiederci è: l’industria italiana vuole davvero applicare i modelli circolari per ridurre l’impatto sull’ambiente? Vuole davvero impegnarsi per fare crescere il benessere sociale? Vuole evolvere ai livelli degli standard europei?

Domande provocatorie, che nascono da una semplice constatazione: la maggior parte degli imprenditori non sa di che cosa si stia parlando!

Perché è così importante che le aziende si orientino al più presto verso modelli di business circolari?

  • perché il futuro è già arrivato, ed è irreversibile, e non  sapersi adeguare velocemente vuole dire essere fuori dai giochi;
  • perché in futuro i modelli di business industriali saranno l’opposto di quelli che ancora sono in uso nella stragrande maggioranza delle industrie italiane, ancorate su modelli economici lineari, con un alto consumo di risorse naturali e un evidente impatto negativo sull’ambiente;
  • perché in futuro il produttore sarà chiamato a prendersi la responsabilità di quello che ha prodotto fino alla fase finale dell’End of Waste;
  • perché la competizione non sarà più sui materiali e le compagnie che commerceranno solo in materiali senza crearne valore aggiunto, saranno destinate a scomparire.

Per le aziende italiane, adottare modelli economici circolari, in questo periodo storico, può apparire come un rischio, un profondo cambiamento che non porta a risultati concreti nel breve termine. Seppur abbiano in un certo senso ragione, se non supportati adeguatamente da incentivi pubblici, la realtà ci dice che la strada verso il cambiamento è già tracciata, e che cambiare atteggiamento mentale e riconvertire le attuali produzioni industriali su standard sostenibili, non è più una scelta di coscienza, ma una scelta strategica che vale la sopravvivenza stessa dell’azienda.

Chiudere il cerchio della produzione dei rifiuti può anche non bastare. Le imprese oltre ad intraprendere la strada che porta ad un equilibrio sostenibile tra la progettazione, produzione, modelli di business, finanza, dovranno privilegiare anche il rapporto con le persone, in primis il personale, e il territorio che le ospita, ricorrendo a politiche di inclusione, di equità e protezione sociale. Ciò richiede non solo un cambiamento operativo, ma una profonda trasformazione culturale.

Affrontare questo cambiamento, condizionato dalla paura, non è ne semplice, ne scontato, ma necessario. Le aziende devono affrontare il cambiamento a piccoli passi, assumendosi rischi bassi, affiancando al loro modello di business tradizionale, modelli circolari che col tempo possano diventare definitivi e sostituire quelli obsoleti carichi di costi superflui.

Quali strategie adottare per iniziare il cambiamento:

  • valutare il modello di business in uso – da li sono immediatamente visibili le cause che generano “perdite di efficienza” in termini di mancata valorizzazione degli scarti e di benessere sociale, ambientale e aziendale;
  • valutare le catene di approvvigionamento e della logistica – un passo che fotografa l’inizio e la fine della catena di valore interna di una produzione e identifica eventuali miglioramenti da apportare in ottica sostenibile e a costi sostenibili;
  • valutare se il cambio culturale verso modelli circolari, all’interno dell’azienda, necessita di tempo e risorse dedicate (facilitatori esterni) – la presa di coscienza del personale può essere breve, oppure può diventare un muro difficile da fare accettare, specialmente se nelle aziende negli anni c’è stato poco turnover. E’ un punto importante da non sottovalutare perché è quello che è paradossalmente il più difficile da attuare;
  • Valutare se l’introduzione di innovazione in sostituzione delle vecchie tecnologie possa consentire di non perdere immediata efficienza e portare risultati a medio e lungo termine certi.

Al riguardo non ci sono ricette segrete per accelerare la transizione verso modelli economici sostenibili e circolari, serve solo abbattere gli ostacoli mentali che limitano una visione profonda del futuro che è già arrivato.

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