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Che la pandemia ci abbia portato un cambiamento, questo è sotto gli occhi di tutti e la domanda che più spesso ricorre tra la gente è: che cosa cambierà davvero?

Il covid ci ha portati davvero ad un bivio?

Siamo arrivati davvero ad un cambio epocale, dove dobbiamo rivedere tutte le nostre certezze per fare posto a nuove abitudini e nuovi paradigmi?

Sembra proprio così!

E la cosa più delicata di tutta questa faccenda è che siamo spinti al cambiamento da un obbligo, da una situazione non calcolata, uno spintone improvviso che ci ha colti in equilibrio – già precario – su un filo di cotone.

Tutti i progetti che erano in una fase di valutazione per essere poi rilasciati con calma, sui vari mercati di riferimento – lo smart working è uno di questi – con la pandemia hanno avuto un’accelerazione violenta e malgrado l’impreparazione ad assimilarli, sono stati resi disponibili nella loro “incompleta comprensione” sociale.

In questi casi si dice di una società – un corpo – un sistema, che compie rapidamente l’adattamento ad una spinta esterna, così estrema e importante, come è stato per noi quella causata dal COVID19, sia resiliente e che più la spinta esterna è forte e l’adattamento veloce e più il sistema è bravo a contenere i danni e a non subirne di altri.

Stiamo adottando strumenti e mentalità che non siamo pronti a usare e che molto probabilmente ci aspettavamo diventassero attivi non prima di 4/6, forse anche 10 anni. Questa spinta ha anticipato il corso della storia sociale tecnologica, senza peraltro avere avuto il tempo di adattamento corretto.

Siamo sicuri che è un bene?

Stiamo vivendo un accelerazione eccezionale e molti comparti del paese sono alle prese con grandi difficoltà causate della nostra forza di adattamento; si, è un paradosso, ma il fatto è, che stiamo tamponando molte falle inaspettate in modi non proprio corretti. Non abbiamo, per esempio, il tempo di sviluppare i meccanismi di apprendimento fisiologici sociali che questi cambiamenti ci richiedono, rischiando di trascinarci l’errore per anni, come un bambino di scuola elementare che non assimila la coniugazione di un verbo e per anni inciampa, suo malgrado, nel congiuntivo, noi, lo stesso, ci trascineremo abitudini incomplete e sbagliate per anni.

Tuttavia, oggi non ci stiamo ponendo ancora le domande corrette su come riparare a questa situazione. Stiamo andando avanti a testa bassa, forti della nostra forza di adattamento, ma disattenti a quello che ci riserverà in futuro.

E’ possibile oggi, orientare la nostra attenzione su modalità operative che ci permettono di recuperare lo spazio che ci ha separato dal rapporto causa-effetto?

Le città si stanno già ripensando ed il concetto stesso di città sta subendo un accelerazione verso sistemi urbani e sociali da cui non è possibile tornare indietro. Il remote working non si potrà più abbandonare, ma verrà certamente modificato quando avremo colmato lo spazio causato dell’accelerazione pandemica, rispetto al nostro adattamento. E così altre abitudini, come acquistare beni online oppure farci portare cibo a casa o ancora, acquistare contenuti da piattaforme online come Netflix.

Il concetto di resilienza che ci ha contraddistinto fino ad oggi deve essere ripensato in termini attivi e non più passivi. Non dobbiamo più aspettare di adattarci, al contrario dobbiamo invece lavorare per rigenerare in continuazione i sistemi intorno a noi, con nuove e dinamiche modalità di interazione tra la causa e l’effetto che saranno portate da qualsivoglia evento esterno o interno. Accorciare questa distanza oggi diventa una priorità che ci vede tutti coinvolti ad unisono come organismo vivente.

Accorciare la distanza! Ma come?

  1. Aumentando la consapevolezza di non farci trovare impreparati. E’ del tutto normale adagiarsi sugli allori, soprattuto dopo decenni in cui i rischi erano in qualche modo negoziabili, il problema è svegliarsi con una doccia gelata da qualcosa che non è ne negoziabile ne prevedibile. Pianificare nel medio e lungo periodo è uno sforzo importante per tutti, aziende comprese, ma è necessario e per farlo ci vuole una visione alta e una consolidata elasticità, mentale e strutturale di aziende leggere;
  2. Abbracciando il concerto di Continuità Operativa, come priorità strategica di crescita. Puntando l’attenzione sul come “non fermarsi”, dobbiamo innescare tutti quei meccanismi di prevenzione che ci permettono di portare avanti la nostra normalità operativa, senza causare distanziamenti di adattamento. Essere pronti con un piano B alternativo ci renderà ovviamente meno esposti a gravi rischi;
  3. La terza e ultima considerazione per accorciare la distanza tra la causa e l’effetto di un evento straordinario è la preparazione delle persone al cambiamento. Quanto stanno incidendo, nel bene e nel male, le abilità delle persone nella gestione di questa pandemia? Non potremmo più permetterci di sottovalutare l’importanza che hanno le persone nell’adattarsi ad un cambiamento repentino e innaturale come quello del COVID-19, perché il Climate Change, anch’esso sottovalutato, ci solleciterà in modo analogo e la preparazione all’adattamento attivo diventerà l’asset strategico più importante per la preservazione e la crescita di un’azienda o di un territorio.

Quindi ricapitolando, la necessità di essere pronti ad anticipare un cambiamento è il vero tema da affrontare per non ampliare la forbice tra l’obbligo di cambiamento e l’adattamento della società.

Tema importante che deve essere affrontato pensando ed agendo con l’unico scopo di potersi sorreggere su un filo di cotone perennemente instabile.

 

L’articolo come sempre è uno stimolo alla discussione e aperto a commenti.

Dallo scambio di idee nasce l’#innovazione!

cG. 2021

#circulareconomy #sustainability #future