I retailers possono creare un modello circolare utile per il territorio?

Spesso in questo blog si parla di come sia importante fare la raccolta dei materiali di scarto all’origine della catena finale di recupero, questo vuol dire fare sostanzialmente una raccolta mirata nei luoghi di origine dello scarto: la casa, l’ufficio, la fabbrica, il negozio e cosi via. Credo sia importante scegliere di fare questa divisione all’inizio, per una serie di motivazioni, che trovano principalmente due buone ragioni; la prima nel risparmio economico della gestione del rifiuto (che è sempre molto onerosa!) e la seconda nell’assicurare un’impatto sull’ambiente positivo. In più, la scelta di fare la raccolta all’origine, premia con un elevata percentuale di materiale subito riciclabile, che entra quindi, nel flusso di lavorazione finale senza ulteriori costi di gestione associati alla separazione, al lavaggio, ecc.

Vista la premessa sopra, in merito all’importanza della separazione, come primo step di un ulteriore passaggio verso il riuso, la rilavorazione e il riciclo, sono convinto del grande potenziale, ancora da sviluppare (almeno in Italia), che hanno in questo senso i retailers, compresa la grande distribuzione, nel consolidare modelli circolari di economia, che partono proprio dalla raccolta del materiale “di scarto” prodotto dai clienti.

Alcuni esempi per quanto riguarda il settore tessile, sono stati indicati nel post “La differenziata dei materiali tessili e nuove opportunità. 5 motivi per favorirla”, dove ho spiegato l’importanza per un azienda, in questo caso tessile, di ritirare e ri-lavorare i propri prodotti usati, per riconvertirli in prodotti nuovi. L’esempio del settore tessile è emblematico, sia dal punto di vista economico, che, ed questo a mio avviso il grande valore aggiunto della chiusura della catena di valore dei materiali tessili, dal punto di vista ambientale, riducendo le esternalità a carico dei paesi di origine della coltivazione del cotone.

La domanda a questo punto è: possono i retailers essere un motore per lo sviluppo dell’economia circolare di un territorio?

Io penso di si!

Certo, è essenziale creare le condizioni tra tutti gli stakeholder, ma la possibilità che tutti i retailers possano diventare un punto importante per lo sviluppo di modelli circolari è consolidato già da esperienze di altri paesi europei. Le condizioni che possano innescare questi motori, sono essenzialmente politiche, di competenza delle amministrazioni territoriali, che devono mettere a disposizione, non tanto risorse economiche, ma quanto la volontà del fare. Diviene quindi necessario un accordo di programma, tra le istituzioni e i retailers presenti sul territorio, per condividere politiche ambientali che hanno un forte valore sociale con la nascita di nuove opportunità di impiego.

I negozi al dettaglio e comunque il retailers in genere, compresa grande distribuzione, sono un canale privilegiato per apportare modifiche ai modelli lineari odierni, soprattuto in merito alla produzione di rifiuti e sviluppo delle catene di recupero.

Il loro apporto al successo nella transizione ad un sistema circolare, si basa tutto sulle connessioni e la collaborazione che instaurano con il consumatore. E’ infatti di cruciale importanza, il collegamento tra la produzione ed il consumatore finale nella creazione di modelli circolari condivisi.

Come abbiamo già visto per il comparto tessile, anche  altri segmenti di mercato possono diventare fulcro di un nuovo modo di concepire il commercio e la vendita dei prodotti, adottando modelli che trovano nella circolarità un importante alleato, nel risparmio economico e soprattutto nella preservazione delle risorse naturali.

Allo stesso modo del tessile, qualunque punto vendita grande o piccolo che sia, può diventare un punto di raccolta, di riuso o rilavorazione (remanufacturing). Opportunità sull’applicazione di questo modello, possono nascere dal settore dell’arredo, dove al momento solo IKEA ha intrapreso la strada del ritiro e rilavorazione dei loro prodotti, ma non solo. Pensiamo ai retailers di elettrodomestici, a quelli di biciclette, a quelli di manufatti di plastica, ai retailers di cibo, perché no!

Questi principi, con obiettivi più importanti, possono essere applicati anche alle aziende di produzione, lavorando all’interno della loro catena del valore. Solo due esempi, produttori di autovetture (camion, pullman, treni, ecc) e produttori di elettronica.

Quanto vale questo mercato?

Il valore di questo nuovo mercato, innescato da modelli di ritiro e rilavorazione e trasformazione dei materiali usati unito ad una nuova modalità di progettazione, si stima porterà in tutta l’UE, nei prossimi 10 anni, risparmi netti per le imprese fino a 604 miliardi di euro, ovvero l’8 % del fatturato annuo e circa 700 mila nuovi posti di lavoro. In realtà oggi dare un valore economico non è possibile, viste i centinaia di modelli circolari applicabili alla trasformazione dei rifiuti in materiale riutilizzabile.

Una cosa è però certa, il mercato esiste ed è in grande espansione, soprattuto in paesi con alto tasso di responsabilità civile.

Dopo quella industriale, oggi abbiamo bisogno di una nuova rivoluzione. Dobbiamo passare da un modello economico lineare dove estraiamo risorse, produciamo, usiamo e gettiamo via, ad un modello economico circolare, in cui i rifiuti di un’attività diventano materie prime di un’altra. Dobbiamo condividere, riusare, riparare e riciclare. 

Janez Potocnik

Calando tutti questi concetti sul territorio locale, è in dubbio che la sinergia tra i retailers e le amministrazioni pubbliche, possono fare la differenza in termini di fattibilità delle azioni.

Alcune idee per iniziare la cooperazione:

  • Per la grande distribuzione la creazione di una miniera urbana all’interno del punto vendita, dove:
    • rivendere a prezzi inferiori, il proprio materiale usato certificato, ovvero valutato da esperti ed eventualmente risistemato, lavato e sterilizzato (si parla quando di molte tipologie di materiali: abbigliamento, scarpe, , complementi di arredo, arredo, giocattoli, casalinghi, ecc);
    • cedere a titolo gratuito tutto il materiale che ancora in buono stato non può essere rivenduto (creare un banco solidale dove mettere a disposizione e distribuire alle persone o alle famiglie indigenti i prodotti ancora utilizzabili)
    • smontare i materiali in modo sistematico per separare il più possibile i materiali di costruzione, creando in questo modo unità uniformi di materiale con alto valore economico;
    • creazione di un servizio di raccolta dedicato a questi scopi.
  • Per i piccoli punti vendita cittadini, la catene del recupero può partire:
    • dalla creazione di punti di raccolta comuni, suddivisi per tipologia di materiale – tessile, elettrodomestici, scarpe, ecc. – posizionati o all’interno dei punti vendita (se c’è lo spazio) o in aree facilmente accessibili per il cliente, munite di raccoglitori a pesa con emissione di uno scontrino con il valore del bene depositato o direttamente collegata ad una App dedicata;
    • Creazione di punti di raccolta puntuali per brand di produzione all’interno dei punti vendita;
    • creazione di un servizio di raccolta dedicato per il trasporto ai centri di rilavorazione e recupero di priorità del brand situai sul territorio locale.
    • Creazione a livello locale (con il coinvolgimento di almeno tre Comuni) di medi impianti multiproprietà, adibiti al recupero e alla ri-lavorazione dei materiali raccolti.

 

Mentre la produzione di rifiuti diventa sempre più costosa, sia dal punto di vista economico che da quello ambientale, i retailers sono chiamati a sostenere una transizione rapida e ambiziosa verso l’economia circolare. I benefici di questo cambiamento sono ben noti, ed auspichiamo che i molti Brand e Amministrazioni Pubbliche, possano lavorare ad unisono, per mettere in atto tutte le misure necessarie ad intraprendere il primo passo verso la chiusura della filiera del recupero, iniziando cosi la vera e propria transizione verso un modello circolare.

 

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