Quanto vale un prodotto realizzato partendo da un materiale di scarto? Siamo pronti a sostituirli con i materiali tradizionali nelle nostre scelte progettuali?

L’anno scorso, intervistando una startup innovativa italiana che produce nuovi prodotti edili partendo da sottoprodotti industriali, ho scoperto che uno dei grandi punti interrogativi che grava sul loro modello di business era proprio la vendita del nuovo prodotto. Il punto interrogativo, non era causato dalla qualità del nuovo prodotto, rivelatosi, ottimo per la funzione che deve svolgere, ma dalla percezione che i clienti avevano di un prodotto realizzato con materiali di scarto.

Perchè non ci fidiamo ad utilizzare questi prodotti?
Quale barriera esiste e perchè?

In Italia la possibilità del recupero di materia, derivante dagli scarti industriali, è regolata dal D.m. 264/2016, che ne definisce i confini normativi; per capire meglio cos’è un sottoprodotto, ti rimando all’eccellente articolo: 5 buoni motivi per capire cos’è un Sottoprodotto, scritto da Marco Battaglia CEO di Sfridoo, una startup innovativa che di questo argomento è considerata pioniere nel panorama italiano.

Io voglio soffermarmi sul motivo per il quale la percezione, legata alla bontà di questi materiali, sia ancora bloccata da rigidi schemi mentali ed economici che non consentono di apprezzare le nuove e diverse caratteristiche del nuovo prodotto, rispetto a quello tradizionale. E per farlo provo in questo post a sintetizzare barriere e visioni.

A che punto siamo oggi?

Di economia circolare ormai ne sentiamo parlare, fortunatamente, sempre di più e in sempre più ambiti e settori di differenti produzione. Non manca l’estro italiano associato alla ricerca di nuovi prodotti derivanti da materiali di scarto. L’Italia è un paese ricco di idee innovative, il problema è metterle a sistema – il vero tallone d’Achille del nostro paese. Ciò nonostante, viene fatta ancora molta distinzione tra prodotti realizzati con materiali di scarto e quelli invece prodotti dalle tradizionali filiere di produzione, peraltro quasi sempre lineari e molto impattanti sull’ambiente. Il motivo, oltre all’alto costo economico di produzione, che però in molti casi risulta errato se visto nella sua globalità, sembra essere esclusivamente legato alla percezione della qualità “inferiore”, che questi nuovi prodotti rivestono nell’immaginario collettivo

Due dei settori con maggiore produzione di scarti sono senza dubbio il settore edile e quello del food & beverage. Entrambi però, allo stesso modo, sono anche potenziali contenitori di importanti innovazioni riguardo il riutilizzo dei materiali di scarto. Se da una parte, gli scarti organici derivanti dalle attività di trasformazione industriale del food & beverage (ovviamente esclusi gli imballaggi!), sono oggi considerati, per buona parte, materia di alto valore economico, gli scarti di un certo tipo di industria come quella edile, sono a tutt’oggi, considerati rifiuti e destinati a filiere di smaltimento anziché di recupero.

Perchè? Quale differenza di percezione li caratterizza?

E’ noto che i due materiali di scarto sopra citati, sono naturalmente diversi. Uno, quello organico, ha un alto potenziale di recupero, dovuto alla sua natura, che lo rende intrinsecamente circolare. L’altro, di natura inorganica, è molto più difficile da riutilizzare, vista la complessità della sua struttura e la modalità di progettazione, quasi mai pensata per essere circolare.
Entrambi però si prestano bene per avere potenziali sottoprodotti riutilizzabili per la produzione di nuovi prodotti.
La differenza però è sostanziale. Se nel primo caso, il riutilizzo o reimpiego del materiale, viene assorbito nella biosfera senza (quasi) lasciare traccia, il secondo ha caratteristiche diverse che, pur derivando da materiali naturali, rende il prodotto finale tal quale non più riassorbibile nella biosfera, trovando nello smaltimento in discarica il naturale fine vita.
Oggi però, possiamo e dobbiamo pensare a questi materiali, alla stessa stregua di quelli organici e considerarli ad alto valore economico e re-immetterli sul mercato di riferimento con un nuova consapevolezza.

Ancora oggi in Italia, nelle fasi di progettazione, non si “pesa” l’impatto sull’ambiente lasciato da un prodotto e da un processo; un’esempio, è la demolizione tradizionale rispetto ad una più attuale de-costruzione selettiva di uno stabile. Per la nostra cultura la demolizione è considerata il naturale inizio dello smaltimento finale dei materiali e non considera affatto l’impatto sull’ambiente. E non considera nemmeno, la de-costruzione, come invece l’inizio di una nuova vita per molti materiali.

Non siamo preparati, o lo siamo ma….!!

Difatto manca la visione! ed è questa la barriera culturale più importante da abbattere, che limita di fatto le opportunità rispetto al riutilizzo dei materiali derivanti da scarti.

Percepiamo un rifiuto e non un potenziale materiale che può essere reimpiegato. La sfida che dobbiamo affrontare è quella di sapere trasformare la cultura del rifiuto nella cultura dello scarto e del riuso, attraverso una sinergia di metodo tra tutti gli stakeholders impegnati nella filiera di produzione, vendita e distribuzione dei materiali tradizionali.

Dare valore ai materiali di scarto

Come facciamo a dare valore ai materiali di scarto?
Questa domanda è un driver, che tutti i settori che generano scarti devono prendere in considerazione per preservare il valore economico di moltissimi sottoprodotti che vengono generati durante le fasi di produzione.

Se questa è la domanda, che più di altre, identifica ciò che è già stato prodotto, la domanda che oggi ci si deve porre per prevenire la produzione di scarti è:
Come devo progettare affinché il mio processo e/o prodotto non generi scarti?

Domanda semplice che identifica a pieno il primo pilastro dell’Economia Circolare e che più di tutte invita i progettisti ad una riflessione profonda nella fase di ideazione e progettazione.

Tuttavia oggi, abbiamo a che fare con il passato e con tutti i materiali che, nel bene o nel male, dobbiamo trattare come scarti.

Quindi: 4 indicazioni per ridare valore e fiducia ad un prodotto realizzato con materiali di scarto:

  1. Promuovere e diffondere l’impiego di indicatori di impatto ambientale oggettivi, semplici e comunicabili – che rendano giustizia a prodotti realizzati con materiali di scarto;
  2. Incoraggiare politiche economiche e sistemi di incentivi/ disincentivi, che favoriscano il mercato primario e secondario di questi prodotti;
  3. Favorire l’innovazione tecnologica e promuovere tecniche che facilitino il recupero di scarti trasformandoli in nuovi prodotti (best practice);
  4. Promuovere politiche di comunicazione trasparente (fino al green labelling) che indichino il risparmio di CO2 Eq dei nuovi prodotti.

 

 

L’articolo come sempre è uno stimolo alla discussione e aperto a commenti.

Dallo scambio di idee nasce l’#innovazione!

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#pensacircolarepodcast #circulareconomy #sustainability #urbanmining #future

 

 

 

 

 

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