Suolo, una risorsa non rinnovabile – terza parte

Focus Industria

In questo terzo ed ultimo post, dedicato al consumo del suolo, affronterò il problema causato dagli insediamenti industriali.

Fin dal dopoguerra, circa 65 anni fa, gli insediamenti industriali hanno sempre avuto un impatto importante sia sull’ambiente che sul sistema economico del nostro paese. Oltre al consumo di suolo puro, inteso come quantità occupata dall’insediamento stesso, l’industria è stata la causa, e lo è ancora oggi, di un’elevata contaminazione di tipo antropico, specialmente dovuto allo sversamento di sostanze di natura chimica-industriale nel suolo e nelle acque sotterranee, con danni gravissimi per tutti gli ecosistemi. Negli ultimi decenni a seguito del fallimento delle strategie sociologiche e industriali, la quantità di suolo consumato o abbandonato è notevolmente aumentata. Sono infatti gli insediamenti industriali stessi, una delle cause dell’elevato consumo di suolo, ed è solo adesso, che molti insediamenti sono completamente abbandonati, che si fanno i conti con la enormi passività ambientali lasciate.

Ad oggi, in Italia, troppo poco è stato fatto per risanare quello che è stato contaminato negli anni, e molte aree del nostro paese sono ancora da bonificare o in fase di bonifica. Nonostante questo, il mercato immobiliare-industriale è ancora lanciato all’individuazione di nuove aree da consumare.

Diventa urgente ri-pensare alle strategie di crescita, che mirino ad un obiettivo concreto di risanamento e riuso delle aree industriali storicamente già utilizzate, in modo da minimizzare o meglio annullare, la prospettiva di occupazione e utilizzo di ulteriori nuovi suoli. In questo caso, il concetto “circolare” deve essere applicato a 360° e l’individuazione di nuovi modelli industriali ed economici diventano un punto di forza estremante solido per una crescita veramente sostenibile.

Applicare il concetto di modello circolare agli insediamenti industriali esistenti e a quelli futuri è oggettivamente difficile ma necessario. Infatti, uno dei primi passi che si deve compiere per andare verso questa direzione, è senza dubbio il ri-pensare alle modalità di costruzione e gestione degli impianti. Applicare un modello circolare, vuole dire ripensare alla radice il problema, definendo in anticipo un obiettivo che tenga conto, sia del prodotto finale, ma anche dei sottoprodotti e del loro fine vita fino al riutilizzo finale, vero obbiettivo della circolarità. Ciò implica la capacità di vedere e progettare in anticipo sia la fase di produzione, ma anche la fase di dismissione, notoriamente quella più critica da punto di vista ambientale e della produzione di residui-rifuti.

Questo concetto che ho anche espresso nel post Suolo, una risorsa non rinnovabile – seconda parte , diventa fondamentale per tre morivi:

  1. obbliga i progettisti a pensare ad un modello di insediamento produttivo di nuova generazione, dove oltre alla completa autonomia energetica ad impatto zero, attraverso fonti energetiche di tipo rinnovabile, anche gli stessi materiali da costruzione e assemblaggio devono essere pensati in funzione del loro fine vita. Questo comporterebbe un eccezionale risparmio indotto sugli smaltimenti finali, poiché considerando quasi il 80% di materiali riciclabili (vetro, acciaio, plastica, inerti, ecc.), al momento della dismissione il materiale finale da decomissioning non verrà più considerato rifiuto ma materia prima a tutti gli effetti. Questo significa, per esempio,  inserire nel progetto di costruzione anche un progetto preliminare di dismissione, dove vengono già individuate la modalità di bonifica e raccolta del materiale ed il destino finale dei vari materiali che compongono l’impianto, ivi compresi i rifiuti liquidi tipici di un impianto industriale;
  2. obbliga ad una gestione operativa più accurata, che minimizza gli impatti negativi sul suolo e sottosuolo nel quale l’insediamento è posto. In altre parole, il connubio tra progettazione e gestione, deve essere un unicum, al fine di rendere la produzione il più vicina possibile all’obiettivo rifiuti-zero. Ciò anche in funzione di eventuali interventi di bonifica sul suolo (e acque di falda), che devono essere effettuati anche durante la produzione e/o al momento della dismissione dell’insediamento produttivo, riconsegnando lo stesso suolo bonificato dagli agenti contaminanti, ma soprattutto  rigenerato nella sua carica organica iniziale, requisito fondamentale per potere disporre nuovamente di suolo coltivabile – Suolo, una risorsa non rinnovabile – prima parte
  3. l’obbligo ad effettuare con certezza la bonifica ambientale. Questo non è un punto scontato poiché ancora oggi, molti interventi di bonifica non sono stati effettuati o non sono mai stati completati perché considerati dalle imprese come costi puri, quindi senza alcuna priorità. Diventa quindi necessario ed obbligatorio, che sia lo stesso insediamento industriale a svolgere l’attività di controllo e bonifica al fine di non aumentare il cosiddetto effetto della Esternalità negativa (Esternalità L’effetto dell’azione di un soggetto economico sul benessere di altri soggetti non direttamente coinvolti)  sul territorio.

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 della serie di A New Dynamic podcast series
HUNTER LOVINS ON THE CIRCULAR ECONOMY OF SOIL
L. Hunter Lovins is President of Natural Capitalism Solutions (NCS) and is co-author of Natural Capitalism: The Next Industrial Revolution.
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Impresa ardua ma importante per avvicinarsi all’obbiettivo rifiuti-zero. Il cambiamento all’approccio industriale zero-rifiuti è una grande scommessa, che comunque può essere vinta. Per esempio, se partiamo dalle grandi industrie, il percorso per arrivare a ri-pensare i cicli di produzione sembra in salita ma fattibile ed un certo senso abbligatorio. Con esso dovrà essere preso in considerazione anche il ciclo dei rifiuti, che chiamerei per coerenza con quanto scritto sopra, ciclo delle materie secondarie. Questo tipo di esercizio è indispensabile poiché la quantità abnorme dei residui scartati diventa oggi una minaccia per il futuro. Minaccia che può essere trasformata in modo pratico in beneficio, qualora lo scarto prodotto diventi una nuova risorsa. I modelli circolari sono pieni di esempi di industrie che stano applicando i principi di un Economia di tipo Circolare per ridurre gli scarti ma soprattutto per ridurre i costi e agevolarsi in questo modo, dei benefici soprattutto economici. Il suolo è la risorsa che più di tutte, insieme alle acque di falda e superficiali, beneficia di queste scelte.

 

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