Tra 4/6 anni non esisterà più il concetto di rifiuto cosi come lo conosciamo oggi. Tutto verrà riassorbito nel ciclo industriale e nel ciclo naturale, lasciando minimi scarti inutilizzati.

Lo so!.. penserete che sono troppo pochi 4/6 anni per modificare delle abitudini che durano ormai da molti decenni e che questo sia un obiettivo impossibile da raggiungere per la nostra civiltà. Io penso invece che tutto ciò che ruota intorno alla difesa dell’ambiente, si stia muovendo molto rapidamente e che le spinte ambientaliste delle nuove generazioni, sempre più forti e puntuali, rendano addirittura questo intervallo di tempo fin troppo lungo per raggiungere gli obiettivi fissati della COP21 per mantenere entro 1,5°C la temperatura del pianeta entro il 2030. Come si dice il tempo è denaro. In questo caso è vita!

Che oggi ci sia un atto un profondo cambiamento nella consapevolezza ambientale e nella cultura economica moderna, tradizionalmente consumistica, è del tutto evidente; si intravede quasi una rivoluzione direi. Oggi nuovi modelli di business orientati alla circolarità e alla sostenibilità ambientale, anche se lentamente, a causa di molteplici fattori interni ed esterni alle aziende, stanno prendendo il posto di quelli lineari e di conseguenza anche i prodotti che quotidianamente usiamo e la produzione dei “rifiuti” subiranno un lento ma inesorabile cambiamento; che diventerà sempre più importante ed evidente nei prossimi anni. Questo cambiamento che non sarà passeggero ed avrà un’importante portata economica che vedrà coinvolti tutti gli stakeholder; produttori e consumatori per primi. Impatterà sulla produzione di beni e sullo stile di vita delle persone, che col tempo, produrranno sempre meno scarti, ma sempre di più grande valore economico. Il paradigma del rifiuto sarà stravolto a favore della riduzione a cominciare dalla preservazione delle risorse naturali, del riuso e riciclo della materia di scarto [1]. In pratica si andrà verso la produzione di prodotti/beni che saranno completamente biodegradabili o riciclabili; dove i materiali di utilizzati rappresentano a loro volta un grande valore economico una volta che hanno raggiunto il fine vita. Tutto rientrerà in ciclo. Niente andrà perduto.

Sarà con questo assunto che si dovranno confrontare le aziende che oggi si occupano del ciclo integrato dei rifiuti.

La domanda quindi è: Come fare per far fronte a questo imminente cambiamento?

Sembrerà banale da dire, ma la prima cosa semplice da fare, è prendere consapevolezza del cambiamento in atto, percependolo come irreversibile e rivoluzionario. Sforzo non semplice da compiere, soprattutto per le aziende che non sono abituate ad innovare e che si trascinano dietro da anni modelli di business più in linea con i modelli degli attuali mercati, ormai diventati inefficienti. Per fare questo passo, diventa quindi necessario porsi le giuste domande e pianificare in modo strategico il passaggio, da un modello di business che oggi è totalmente incentrato sulla produzione di un “rifiuto”, ad un modello dove il “rifiuto” non esiste più, ma esistono materiali potenzialmente ed economicamente di grande valore commerciale.
Pena: essere esclusi dal mercato di riferimento, quello dei materiali, che nel prossimo futuro, richiederà sempre più innovazione per ri-creare valore a tutto ciò che produciamo e consumiamo.

Ci sono alcune domande che possono fare da leva positiva in questa riflessione ed aiutare le aziende che gestiscono i rifiuti a compiere una scelta strategica in questo percorso. Le più importanti sono: come cambieranno gli scarti che produrremo?[2]; Come saranno tracciati?; Come cambierà la modalità di raccolta e di valorizzazione degli scarti?; Cosa devo fare per adeguarmi al cambiamento?

Partiamo!

▪︎ Come cambieranno i rifiuti che produrremo?

Facciamo subito un esempio. Uno dei cambiamenti, che tra poco tempo sarà a tutti più evidente e che avrà un impatto importate sulla qualità e sulla quantità di scarti prodotti, sarà il tipo di materiale utilizzato per la produzione del packaging, che alcuni importati Brand del food & beverage, stanno già adottando in alcune parti del mondo. Prossimamente, non avremmo più a che fare con materiali difficilmente recuperabili o difficilmente riciclabili, come succede oggi con alcuni tipi di plastiche, ma impareremo a conoscere nuove formulazioni di packaging, costituite principalmente da materiali realizzati su base cellulosica ad alta riciclabilità a partire da fibre naturali come gli scarti vegetali (Kiwi, mais, mandorle, agrumi, caffè, ciliegie, lavanda, olive, lenticchie) o di plastiche bio-based.
L’uso sistematico e diffuso di questi nuovi materiali avrà un’importante impatto economico nella produzione e nella gestione degli scarti a partire da una significativa riduzione della quantità di rifiuti plastici e di materiali accoppiati. Considerando che gli imballaggi tradizionali (carta, cartone, plastiche, vetro e alluminio) e tutti i materiali usa e getta, rappresentano la grande maggioranza dei rifiuti solidi urbani prodotti in Italia e in EU, la loro sostituzione e la loro conseguentemente riduzione, consentirebbe, oltre che ad un evidente alleggerimento dell’impatto ambientale (grande riduzione del rischio di dispersione nell’ambiente), anche una diversa e più performante gestione dello scarto finale, che vedrebbe favorire la realizzazione di impianti di nuova generazione per il trattamento del materiale organico e meno impianti tradizionali di separazione e cernita. Sarà proprio il valore del materiale organico, che non sarà più da sottovalutare, a diventare uno degli aspetti più significativi per lo sviluppo di modelli di crescita basati sulla bioeconomia a livello locale, ad incentivare un diverso tipo di approccio industriale e la creazione di nuovi modelli di business.
I nuovi scarti che produrremmo, non rappresenteranno più un problema di gestione, ma diventeranno una merce preziosa, che anche le aziende di produzione di beni avranno tutto l’interesse e la convenienza a valorizzarli.
Il recepimento della Direttiva n. 2018/851/Ue [3] del 30 maggio 2018, che entrerà in vigore per tutta l’UE a partire dal luglio 2020, va in questa direzione, introducendo a questo proposito il concetto di Responsabilità Estesa del Produttore, la quale diventerà, insieme alla Normativa sull’End of Waste, il vero driver per raggiungere la circolarità e la sostenibilità ambientale, preservando il valore di un bene/prodotto giunto a fine vita. Questa nuova definizione farà si che si creino, nell’ottica del concetto di Blue Economy [4], nuovi modelli di business più performanti, rapidi, sicuri e tracciati, legati alla raccolta, al recupero e alla valorizzazione degli scarti.
Dovendo, quindi ridefinire il concetto di rifiuto e conseguentemente di raccolta differenziata a favore di nuovi modelli di gestione, le imprese che oggi gestiscono il ciclo dei rifiuti dovranno necessariamente cambiare dalla base il proprio core business, intravedendo attività diversificate e differenti da quelle fino ad oggi hanno svolto.

▪︎ Come verrano tracciati i nostri scarti?

Diventerà fondamentale e quotidiano, l’uso della tecnologia Blockchain per tracciare quanto più materiale potenzialmente commerciabile produciamo con i nostri scarti. Infatti, riscritto il concetto di rifiuto, a favore di materia economicamente preziosa, noi non avremmo più a che fare con la produzione di rifiuti, ma più probabilmente avremmo a che fare con la ri-produzione di materia prima; ecco perché diventa importante potere tracciare in modo inequivocabile, quanto più materiale produciamo all’interno delle nostre “Miniere Domestiche[5]. Quantificare questa quota di produzione, diventa dunque un’operazione indispensabile anche per ridefinire la tassa sui rifiuti che dovranno sostenere le famiglie e le imprese, e che oggi incide molto sui bilanci di entrambe.
Quanto a questo argomento, l’unica cosa che forse resterà a carico della collettività, dell’attuale tassa sui rifiuti, sarà lo spazzamento delle strade e la gestione delle vecchie e nuove discariche (limitate al 10% degli scarti totali).

L’uso della tecnologia Blockchain, oggi ancora agli inizi nel campo della tracciabilità degli scarti prodotti, diventerà parte fondamentale dell’Economia Circolare. Misurare e tracciare la qualità e la quantità di quello che viene prodotto e consumato al fine di prevenirne la dispersione nell’ambiente, o prevenirne il consumo non valorizzato, sarà una sfida che anche le imprese che oggi gestiscono i rifiuti saranno interessate ad intraprendere, soprattuto per l’opportunità di creare nuovi mercati dei materiali di recupero, ponendosi come intermediario certificato.

▪︎ Come cambierà la modalità di raccolta e di valorizzazione degli scarti?

La responsabilità estesa del produttore darà, come abbiamo accennato, nuovo impulso alla creatività e alla produttività. Ogni impresa di produzione creerà asset diversificati, supportati da nuove startup, che si occuperanno di valorizzare i materiali giunti a fine vita, che siano essi, prodotti primari o imballaggi. Le nuove startup si occuperanno, per esempio, della raccolta e della valorizzazione dei materiali di scarto, elaborando, attraverso il Life Cycle Assessment (LCA), nuovi modelli di raccolta che, non solo saranno efficienti, sicuri e tracciati, ma che vedranno l’applicazione di nuove tecnologie ad impatto zero verso l’ambiente (micro mobilità elettrica) . Vedremo anche la nascita diffusa di aziende che si occuperanno della de-costruzione selettiva, recupero e ricondizionamento di prodotti/beni (autovetture, case, smartphone, pc, treni, navi, orologi, armadi, ecc.), aprendo così la strada a nuovi mercati secondari e primari, che fanno del materiale ri-valorizzato e recuperato il principale bene.

In questa visione non devono essere tralasciate le modalità con le quale questi nuovi materiali dovranno essere spiegati e pubblicizzati verso i clienti. Valorizzare vuole dire necessariamente anche comunicare l’esatta validità dei nuovi prodotti realizzati con materiale di recupero, non dissimile da quella dei materiali tradizionali, creati con materiale grezzo.

▪︎ Come si dovranno adeguare le imprese che gestiscono i rifiuti a questa rivoluzione chiamata Economia Circolare?

Quello che oggi è certo, è che le imprese che si occupano di gestione dei rifiuti, subiranno un evidente ridimensionato rispetto al loro attuale core-business. Il ridimensionamento sta proprio nelle quantità e qualità di servizi che in futuro andranno ad offrire. Con la premessa fatta nei paragrafi precedenti è chiaro, che queste imprese, qualcosa dovranno cambiare, per essere ancora parte di un mercato che sarà stravolto da buone pratiche, effettuate per lo più direttamente da chi i prodotti/beni li produce. Questo comporta necessariamente un cambio del Modello di Business di base a partire del valore creato sul territorio, fino ad arrivare a ridefinire i nuovi target di riferimento e i nuovi canali di distribuzione e di vendita dei nuovi servizi. Ovviamente queste aziende non perderanno la loro importanza, ma questa assumerà nuove forme di valore, che si consolideranno nella fornitura di nuovi e più alti servizi professionali, come per esempio: il controllo e monitoraggio delle vecchie discariche e la costruzione di nuove più performarti, la dismissione dei vecchi impianti di trattamento, la realizzazione di nuovi impianti di recupero e riuso dei materiali, compresi quelli di decostruzione selettiva per alcuni tipologie di prodotti. Ed infine la formazione. Infatti, per la comprensione dei nuovi modelli economici circolari e sostenibili, sarà necessario formare ed informare le persone, attraverso incontri e corsi da svolgersi nelle “piazze” e nelle scuole. Per questo diventa necessario un profondo rinnovo della mentalità aziendale a partire dal Management, che dovrà interpretare le nuove esigenze e tradurle in servizi innovativi a favore del territorio.

Conclusioni

Inevitabilmente questo articolo è solo una visione, non lontana dalla realtà, però! Il cambiamento in atto è davvero irreversibile e preparasi diventa un obbligo per tutte quelle aziende che oggi si occupano della gestione dei rifiuti, soprattuto in un momento come questo, dove da più parti si invoca un passo indietro. Spesso infatti sento parlare di un vero e proprio “ritorno al passato” di persone che evocano solo per interessi economici, più che per uno slancio sincero a protezione dell’ambiente, modalità di gestione e smaltimento dei rifiuti oramai diventato anacronistico, basato sull’incenerimento, anche solo di una frazione, che tecnicamente prende il nome di CDR o CSS[6]. Fortunatamente il futuro tracciato a livello globale, in Europa e quindi anche in Italia, è completamente diverso ed è basato su nuovi modelli di sviluppo, che vedono nell’Economia Circolare il punto di partenza per generare una nuova economia basata su una finanza più equa e sostenibile. Su questa strada le imprese che oggi gestiscono i rifiuti hanno tanto da fare, sapendo perfettamente che dovranno modificare se non azzerare il loro vecchi stili di business incentrati solo e soltanto sul profitto a scapito del territorio.

Come sempre il post lancia una provocazione che può essere fonte di riflessione e confronto. Fatemi sapere!

Note:

[1] Secondo la definizione della Ellen MacArthur Foundation economia circolare «è un termine generico per definire un’economia pensata per potersi rigenerare da sola. In un’economia circolare i flussi di materiali sono di due tipi: quelli biologici, in grado di essere reintegrati nella biosfera, e quelli tecnici, destinati ad essere rivalorizzati senza entrare nella biosfera»

[2] L’uso della parola “scarto” anziché della parola rifiuto è coerente con il concetto di Circular Economy ed invito ad utilizzarla ogni volta che parliamo di rifiuti

[3] Direttiva che modifica la direttiva 2008/98/Ce relativa ai rifiuti

[4] L’Economia Blu è una branchia della Green economy. Mentre quest’ultima prevede un modello di business basato su un minor impatto ambientale, che riduca le emissioni di CO2, la Blue Economy tende essenzialmente a volerle eliminare del tutto. Si basa sopratutto sull’innovazione e su metodi che possano creare uno sviluppo sostenibile proteggendo le risorse naturali e ambientali per le future generazioni.

[5] “Miniera domestica”, è un neologismo per definire una casa, luogo di lavoro, ecc. non più come un ambiente dove si producono rifiuti, ma bensì scarti di materiale con un alto valore economico.

[6] Ma anche le definizioni legate ai rifiuti cambiano alla velocità della luce, come nel caso del Cdr, il combustibile (destinato agli impianti di termovalorizzazione) derivato dai rifiuti, che sta lentamente lasciando il passo al Css (combustibile solido secondario).

cG. 2019©

#pensacircolarepodcast #circulareconomy #sustainability #future

 

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